Il blog di "C'è speranza se accade @", associazione di donne e uomini che intendono far conoscere e mettere in comune i pensieri e le buone pratiche di cooperazione educativa in Italia e altrove.
domenica 31 agosto 2014
sabato 30 agosto 2014
LO SPAZIO DELL'EDUCAZIONE - I luoghi
SANTARCANGELO DI ROMAGNA
A dominio della Via Emilia e della piana del fiume Uso, la
cittadina (m 42, ab. 20.913) conobbe una frequentazione fin dall’età
preistorica.
Formatosi probabilmente intorno al Mille, il castrum Sancti Arcangeli fu soggetto a
Rimini e fortificato, al pari degli altri centri riminesi, dai Malatesta; nel
1505 passò sotto diretto dominio del papato, che ne infeudò i Pallavicino.
Il moderno centro è allineato ai piedi dei rilievi lungo la
Via Emilia.
Il borgo storico, ben conservato, si dispone sul poggio del
monte Giove.
Il suo impianto urbanistico, cinto da mura e focalizzato
sull’emergenza della rocca, è caratterizzato da strade tortuose che offrono
scorci panoramici.
Si entra nell’abitato da viale Pascoli. Lo scenografico arco trionfale in onore di Clemente XIV (Cosimo Morelli, 1782)
introduce a piazza Ganganelli, dove prospetta il neoclassico Palazzo comunale (Giovanni Benedettini,
1848-64).
In via Montevecchi n. 41, nei locali dell’ex macello
comunale, ha sede il Met – Museo degli Usi e Costumi della Gente
di Romagna, che conserva una ricca documentazione su storia, economia,
lingua e tradizioni artigiane e contadine.
Saliti al centro storico, in via Battisti, si allineano le Beccherie (1840-42) e la Pescheria (1829), progettate da Eustachio
Maggioli; al n. 13 una bottega artigiana conserva un pregevole mangano (pressa a ruota) seicentesco
ancora in funzione, utilizzato per la stampa su tela.
In fondo al tratto di via Battisti adiacente alle mura, edificate nel XV secolo da
Sigismondo Malatesta, è lo Sferisterio –
spazio risalente al XIX secolo e creato probabilmente per il ‘gioco del
bracciale’, un rudimentale baseball –
su cui prospettano le altre absidi della collegiata
(Giovan Francesco Buonamici, 1744-58); nell’interno custodisce opere di Guido
Cagnacci (Gesù giovanetto e i Ss.
Giuseppe ed Eligio, S. Ignazio in estasi), del Centino (Ss. Antonio abate e Isidoro, S. Gaetano) e un Crocifisso di ignoto riminese (metà XIV secolo).
Nel palazzo Cenci, che affaccia sulla bella piazzetta delle Monache, ha sede il Musas
– Museo storico—rcheologico, dove sono confluite le più importanti
testimonianze storiche e artistiche della città e del suo territorio.
La sezione
archeologica custodisce reperti e manufatti di produzione locale (anfore,
dolii, laterizi) e preziose fornaci di
epoca romana (I secolo a.C. – VI secolo d.C.); la sezione artistica presenta un’interessante raccolta di opere di
scuola emiliana e romagnola del Seicento e Settecento, tra cui il polittico di
Jacobello di Bonomo (Vergine in maestà e
santi, già nella collegiata), del 1385, e Madonna col Bambino fra i Ss. Francesco e Giorgio, di Luca Longhi.
Per via Pio Massani si raggiunge la Rocca, imponente di forma quadrilatera con torri angolari
poligolali, fu riformata da Sigismondo Malatesta nel 1447 riducendo a mastio la
precedente torre del Trecento.
Scendendo per via Bellaere si giunge in piazzetta Galassi
dove sorge la torre del Campanone (1893)
in stile neogotico.
Nei fianchi del poggio si aprono circa 150 grotte artificialmente scavate nel tufo. Varie sono state le
ipotesi sull’origine e la destinazione di queste interessanti architetture
ipogee; la più accreditata è quella di magazzini e cantine per il deposito
della produzione vinaria. L’articolata grotta
monumentale pubblica di via Ruggeri si può ammirare nell’ambito di visite
guidate organizzate dal Comune.
La pieve di S. Michele
Arcangelo, a 1 km da piazza Ganganelli, in località Acerboli, è
raggiungibile percorrendo via G. Garibaldi e viale G. Mazzini. E’ un edificio
bizantino del VI secolo con campanile romanico addossato alla facciata.
giovedì 28 agosto 2014
Un articolo di Marco Rossi Doria da "La Stampa"
Cosa si chiede a una scuola moderna
di Marco ROSSI DORIA
Ma quale scuola serve per il futuro?
Per rispondere è davvero importante partire dai ragazzi. E dal migliore lavoro dei docenti. E da come le due principali risorse della scuola hanno saputo rispondere al lungo stallo italiano e poi alla crisi. Chi frequenta i ragazzi e osserva come crescono e imparano e ne ascolta i sogni e le aspirazioni, vede bene che viviamo una vera crisi educativa dovuta al frequente prevalere, nelle famiglie e altrove, della protezione rispetto alla promozione, alla diffusione di modelli adulti fragili e, poi, alla percezione, presso tanti giovani, che le posizioni di rendita nel loro Paese prevalgono sul merito e che l’impegno può essere vanificato. Ma vede anche che i ragazzi sanno apprezzare modelli adulti solidi se disponibili a un incontro autentico tra generazioni, che sia senza abbandoni né confusioni. Chiedono ascolto e riconoscimento. Ma accettano regole e limiti se sono giusti e chiari. Vogliono essere valutati senza finzioni e, se ciò accade, sono disposti a riconoscere le proprie debolezze e cambiare.
A scuola come altrove i ragazzi imparano a impegnarsi quando sono partecipi di una comunità sana, capace di routine, rito, scoperta, reciprocità, riparazione. E chi fa buona scuola vede che, se le conoscenze di base vengono consolidate presto e bene, i ragazzi sono tanto più capaci di imparare quanto più il percorso di apprendimento, anche complesso, sa misurarsi con il creare, organizzare, esplorare con molti diversi media, nuovi e anche tradizionali, unendo mente e mani, ricerca, studio e azione. Ogni volta che ciò accade, viene riconosciuta la guida dei docenti, si impara di più e meglio, si cercano nuovi traguardi di conoscenza. Se i ragazzi sono ben guidati, fanno bilanci onesti di ciò che sanno o devono ancora imparare. E’ commovente vedere quanto sono contenti i nostri figli e nipoti quando – dalla scuola dell’infanzia fino al dottorato di ricerca – hanno superato delle prove a scuola accompagnati da insegnanti dediti e capaci.
Così, è importante vedere come tanti ragazzi sanno molte cose, imparandole a scuola e – va detto – anche fuori da scuola, nel volontariato, nello sport o con la musica, con gli amici, viaggiando, in famiglia, in esperienze di stage e lavoro; e come tutto questo diviene sapere se la scuola sa favorire l’intreccio tra quel che s’impara fuori e dentro. E’ altrettanto importante notare come i ragazzi che non hanno finito neanche le scuole superiori – sono stati quasi 3 milioni negli ultimi 15 anni, una perdita paurosa per l’Italia – appena diventati adulti spesso richiedono di tornare ad imparare e di avere, però, il pieno riconoscimento di quanto hanno appreso nell’apprendistato, nel lavoro e nella vita.
Vi è una grande «capacità ad aspirare» dei nostri ragazzi, che non vedono l’ora di uscire dal parcheggio dell’attesa. Ben più che in passato. Intorno a noi stanno, infatti, crescendo modi nuovi di mettersi in gioco appena usciti dagli studi: nelle imprese che uniscono ambiente, beni culturali, agricoltura, nuove tecnologie, nelle molte forme di auto-impiego spesso inventato tra coetanei, dove prevalgono le reti e i legami cooperativi rispetto alla tradizionale competizione, nei nuovissimi modi della produzione industriale e nel making, nei servizi in costante trasformazione, nell’insistenza nell’unire ricerca e lavoro, gratuità d’impegno e conquista di reddito e indipendenza, nonostante tutto.
E’ dalla generazione successiva alla seconda guerra mondiale che non si vede un movimento simile. E sono le avversità dell’Italia immobile da troppo tempo e poi colpita dalla lunga crisi – vissute sulla propria pelle da questi ragazzi – a produrre, paradossalmente, il movimento e la speranza sulla quale creare una nuova scuola.
Così, i caratteri di questa nuova scuola – da troppo tempo attesa e rimandata – appaiono via via più chiari. Gli edifici scolastici devono essere sicuri, con spazi aperti all’interno e verso fuori e attrezzati per favorire ogni tipo di laboratorio con molti diversi media. Va rafforzata la scuola della prima infanzia e il suo decisivo ruolo di dialogo con i genitori sui comuni compiti educativi. La scuola di base deve sempre più garantire a tutti un apprendimento precoce rigoroso. Le scuole superiori devono sapere unire studio e laboratorio a scuola con apprendimento pensato fuori, nelle città, in mezzo al nostro straordinario patrimonio culturale e naturale, frequentando i posti del produrre, ricercare, fare. Va strutturato il sistema di conoscenze e competenze richieste per livelli, raggiungibili a scuola o anche dopo la fine della scuola senza dover per forza bocciare ma facendo rigorosi bilanci di competenze che attestano ciò che sai e ciò che devi apprendere per poter accedere ai percorsi successivi.
Le scuole devono avere più autonomia per dare stabilità e dignità sociale ai docenti, organizzare meglio un lavoro complesso e sempre meno standardizzato, capace di sostenere davvero le parti deboli, le inclinazioni e la scoperta delle parti sconosciute di ogni ragazzo. Va sostenuta la capacità dei gruppi docenti di gestire la relazione educativa, trasformare la didattica, promuovere comunità, sostenere le fragilità, dialogare tra scuola e altri luoghi dell’apprendere e famiglie, riconquistare alla scuola chi ne cade fuori. Per i luoghi della dispersione scolastica di massa va creata una forte regia nazionale. Va sostenuto e pagato il tempo di preparazione, formazione e riflessione dei gruppi docenti. La valutazione partecipata di tutto il sistema d’istruzione va estesa e migliorata.
Se l’Italia saprà avviarsi presto su questa strada, ci sarà molto lavoro da fare ma la sfida potrà essere vinta.
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